Ci sono addii che arrivano all’improvviso. E altri che maturano lentamente, un allenamento dopo l’altro, una partita dopo l’altra, fino a trasformarsi in una certezza. Quello di Roberta Cappellano appartiene alla seconda categoria. Ventidue anni con gli scarpini ai piedi, migliaia di chilometri percorsi, fiumi di allenamenti, amicizie nate in uno spogliatoio e custodite ben oltre il terreno di gioco. Ora, però, è arrivato il momento di chiudere un capitolo lungo una vita.
SACRIFICI – Classe 1998, la centrocampista della Dolomiti Bellunesi ha scelto di dire basta al calcio giocato. Una decisione che, in realtà, aveva già preso mesi fa. «Ero pronta a lasciare alla fine dell’annata 2024-2025 – racconta – ma, una volta vinto il campionato di Eccellenza e dopo tutti i sacrifici compiuti, mi sembrava corretto nei miei confronti vivere un’esperienza in Serie C. Poi, al termine della stagione, la scelta è diventata sempre più concreta».
ALLE ELEMENTARI – Un ultimo giro di pista prima di fermarsi. Per rispetto verso se stessa, verso il cammino costruito in oltre due decenni e verso una squadra con cui aveva appena raggiunto un traguardo importante. La storia di Roberta con il pallone, però, era iniziata molto prima. A sei anni. Per caso, come spesso accade alle passioni destinate a durare. «Alle elementari ero un vero e proprio “maschiaccio”. Un pomeriggio, a casa di un mio compagno di classe, dopo aver fatto i compiti, abbiamo iniziato a giocare a calcio. Da lì, mi sono iscritta alla squadra del paese e, dopo un allenamento di prova, è stato subito amore a prima vista. Ringrazierò sempre quel mio compagno per avermi fatto scoprire questa passione».
SPOGLIATOIO – Ventidue anni sono un tempo sufficiente per capire che lo sport non è scandito solo da risultati, classifiche o trofei. È un insieme di persone, legami e ricordi che continuano a palpitare anche quando il campo resta alle spalle. «Solo chi ha vissuto all’interno di uno spogliatoio conosce davvero le emozioni, le risate e i momenti, a volte belli e a volte meno. Ecco perché non sceglierei un episodio in particolare della mia carriera: li porto tutti con me».
ASSIST – Il suo marchio di fabbrica? Era la capacità di mettere le compagne nelle condizioni migliori per trovare il bersaglio: «Non ho segnato tantissimo, ma ricordo la mia unica doppietta. Se devo essere sincera, ero molto più brava a servire assist. Le vittorie più belle? Quelle conquistate negli ultimi minuti e che ci hanno portato in finale di Coppa Italia. L’ultima che porto nel cuore è contro il Saronecaneva, la nostra eterna rivale. Giocavamo in casa, a Sedico, di sera. Mancavano trenta secondi, eravamo sul 3-3. Da un nostro corner la palla è entrata e, subito dopo, è arrivato il triplice fischio».
RINGRAZIAMENTI – Immagini che restano. Come volti di chi ha condiviso il percorso: «Grazie a chi ha fatto nascere e crescere il movimento calcistico femminile partendo da zero, a chi ci ha seguito ogni domenica, ai dirigenti e gli allenatori che hanno creduto in me, tirando fuori il meglio. Grazie alle compagne che ci sono state e ci saranno sempre. Grazie a chi mi ha sopportato e supportato nei momenti belli e in quelli difficili, e anche a me stessa, per non aver mai mollato. E grazie a tutti quelli che hanno fatto parte di questo splendido viaggio durato 22 anni». Il cronometro si è fermato, ma non l’amore per una palla che rotola su un rettangolo verde: «Il calcio è vita. È una passione che mi accompagna da quando sono piccola e non smetterà mai di scorrere nelle mie vene».

